L’OBBIETTIVO della GHIANDA è quello di creare un piccolo paradiso modulare fatto in tre colossei dove 150 persone circa li abitino stabilmente.

In questo posto antico e attuale di Gioco, di Arte e di Conoscenza, spero sia difficile capirne da differenza quando ci saremo…

Intanto il primo modulo da costruire di questo piccolo paradiso è lo studio cinematografico e set del primo film dei quattro necessari per la completa realizzazione del monumento della Davida.

Il cinema è il 3° strumento che useremo. ” IL VANGELO SECONDO ME ” ci condurrà alla metà finale, il primo monumento mondiale della Pace abitato e vissuto da gente eretta e pacifica.

Il Vangelo secondo = quattro films: PERBACCO-PERVENERE-PERGIOVE-PERDINCI.
Qui sotto puoi leggere il soggetto elaborato del primo film: PERBACCO.

PERBACCO

Scende la sera sui tre colli di Gerusalemme e dietro a nuvole rosa sale una luna quasi piena e arancione.

Sulla cima del colle grande c’è un tempio, sulla cima del medio un teatro e sul piccolo tre cipressi.

Sulla cima del tempio a sud della spianata sembra stia bruciando per tutte le fiaccole accese che lo illuminano a festa. La loro luce calda vibra sul teatro di fronte e le case intorno, e sui tre cipressi in cima al monte Calvario. Un piccolo fiume scorre tra la spianata del tempio e la valle della Geenna, e si interra nella grande piazza a sud, per riemerge oltre le mura, tra le case della suburra.

Costeggiando i tre cipressi, il centurione romano accarezza il collo del suo cavallo e lancia un’occhiata alle sue spalle, dove lo seguono quattro soldati a piedi. Più in basso, sul ciglio della strada, un uomo affaticato dalla salita siede su un sasso e guarda il panorama davanti a se. Guarda i fuochi del tempio e il pretorio affianco, e le case della città che scendono fino alla piazza e risalgono sul monte Sion fino al palazzo di Erode.

Piccole luci di lanterne si accendono e danzano dentro e fuori le case, e nel buio si muovono ombre.

L’uomo si volta e vede arrivare i soldati. Come una tartaruga ritrae la testa tra le spalle. Ora non guarda più le lanterne delle case, e neanche il cielo stellato, dove la luna salendo si è fatta più chiara e più intensa di prima, ora sta a faccia bassa e si guarda i piedi.

Nello spazio tra l’uomo e il panorama entrano le sagome scure dei soldati, che puntano contro di lui le loro ombre minacciose.

Il centurione alza il pugno destro e dice – Fertum!

Ferma il cavallo davanti all’uomo e lo scruta attentamente, poi dice ai soldati:

Scommetto una settimana di paga contro un giorno della vostra che è un fuorilegge. Indico, tu che me ne vinci già sette, scommetti?

Se vinco diventano quattordici e, se perdo, sei. Un giorno di paga contro sette:

mi conviene, direi. Presa.

Poi Cesariano guarda un altro soldato – Voreno ?

Stasera passo, non sono in vena di giochi.

Il centurione incalza – Sei qua da troppo tempo. Mucios?

Mucios si gratta la testa – Cesariano, fammi capire: se perdo pago un giorno , e se vinco?

Ne vinci altri sette e raddoppi la settimana.

Mucios non è convinto e gli risponde cercando gli occhi Benedictus.

Cesariano guarda il soldato più giovane, che così sollecitato risponde – Va bene, centurione, ma al costo di, vediamo … una decima?

Cesariano esulta – Andata. Ora lo interrogo e dopo all’osteria faremo i conti.

Cesariano scende da cavallo e punta il bastone del comando sul petto dell’uomo:

Chi sei?

Lazzaro.

Cosa fai qui?

Me qui per amico.

Ha un amico qui, sentito? L’ha detto.

E spostando il vitis dal petto di Lazzaro verso le croci che si intravedono sul colle, continua:

E quale amico? il ladro o il nemico di Roma?

No nemico di Roma . Me curioso vedere nazzareno, ma no amico.

E dimmi, anche il suo trono ti incuriosisce ? –

I soldati sghignazzano mentre Lazzaro nega scuotendo la testa, sulla quale Cesariano dà un colpetto col vites.

Allora sei uno schiavo ribelle o un pellegrino. Cosa sei?

L’uomo alza i palmi delle mani in gesto di supplica – No schiavo, me musico. Stasera suonare in segreto baccanale.

Cosa? – urla Cesariano – E’ un fuorilegge, lo sapevo! Eureka!

I soldati ululano, Mucios mima la sodomia e Indico fa l’ubriaco. Benedictus chiede – Non capisco. Perché è un fuorilegge?

Cesariano, soddisfatto, urla contro Lazzaro – I baccanali sono vietati, c’è la morte per chi li fa. Si muore! Non lo sai?

Io sai, ma io essere licenziato!

Da chi?

Da Trifone, lui chiamato per musica e scritto me in licenza.

Trifone?

Si, licenza, e con timbro di Roma. Vero.

Uhm…

Indico dice a Benedictus – Aspetta a segnare. Centurione, senti un po’, perché non lo portiamo con noi e lo chiediamo a Trifone se è vero, è sulla nostra strada, no?

Il Centurione grugnisce e girandosi verso Lazzaro, aggiunge:

Se non è vero, domani ci vai tu sulla croce. Legatelo e andiamo.

Benedictus lega una corda alle mani di Lazzaro e il drappello si mette in marcia verso la porta di Efraim, l’entrata nord–ovest nella città.

Giunti alla città, il centurione si guarda attorno indeciso sulla direzione da prendere. Davanti a lui c’è la via brulicante che conduce al mercato e alle taberne.

Per me Trifone è al sinedrio, e per voi?

All’osteria.

Al teatro.

Al bordello triviale.

Al mercato.

Chi perde paga da bere. Segna, perbacco.

Benedictus segna sulla tavoletta di cera, poi tira il dado e dice – Due. Osteria.

Il gruppo attraversa la piazza fino alla taberna vinaria che fa angolo col bordello triviale, il centurione scende da cavallo, mette le briglie in mano a Voreno ed entra in osteria.

Da dietro l’angolo spuntano le prostitute seminude che si avvicinano ai soldati chiamandoli per nome; una di loro ruota la lingua tra le labbra e in un attimo tutta l’attenzione dei militi si concentra su di lei.

Il centurione esce dall’osteria e dice a Indico – Aspettatemi qui, e se tardo portate il prigioniero al pretorio.

Sale a cavallo e continua – Indico, sei il capo della compagnia, e tu Benedictus occhio ai conti, che dopo in caserma devono tornare.

Sprona il cavallo e lascia l’angolo della piazza galoppando verso il tempio.

Dice Indico a Benedictus, porgendogli la corda mentre guarda le prostitute – Tieni, portalo al pretorio.

Benedictus guarda il canapo nella sua mano – Cesariano ha detto” portatelo”, non “portalo“, e poi perché sempre io?

Indico – Perché al milites lo dice il principales, quindi portalo, che dopo poi – e strizza l’occhio ai compagni – veniamo subito anche noi.

Le risatine indispettiscono Benedictus, che protesterebbe se Indico non lo interrompesse al volo – La gerarchia è un valore assoluto. Vuoi contestarlo?

Ingoiando la stizza, Benedictus afferra la corda e si incammina con Lazzaro verso il pretorio. Le prostitute si avviano alle loro case con i soldati e tutto sembra andare bene, ma nasce un problema: quelli vogliono scopare a credito e le corpivendole questa volta non ci stanno. Allora Indico contratta la posta:

Dai Felicina, è venerdì sera, domani ci pagano, vengo e te ne pago tre, le due in più le facciamo domattina.

Felicina gli risponde ridendo – Ué. Le due di una settimana fa, più quella di adesso più le due di domani a casa mia fa cinque, non tre. Ieri e domani non sbattono le mani, pagare tutto adesso e Felicina fare sesso.

Voreno appoggia scudo e lancia al muro del lupanare e si siede su una delle due palle di pietra ai lati dell’entrata dove, al posto della porta, c’é una tenda rossa decorata in oro, dalla quale si affaccia una ragazza bella e giovane. Indico e Mucios ci mettono poco a chiedere credito anche a lei, che gentilmente risponde:

Sono tua per una monetina. Ma se volete scopare gratis, si può.

Con te?

No, con Troiana. Lei lo fa gratis, là dietro le mura, vedi?

Il dito della donna indica oltre le mura, verso la suburra più malfamata. Felicina salta su e aggiunge:

Sta là, l’ultimo casino di pietra prima delle caverne , mettetevi in fila e aspettate anche voi, ma prima che apra bottega, hai voglia, campa cavallo.

Indico chiede a Felicina.– E lo fa gratis?

Si, tutto gratis, anche lo scolo e la lue.

E si chiama Troiana?

Così dice lei.

E com’è, ha qualcosa di speciale?

Com’è ? Né brutta né bella, né grassa né magra, né bassa né alta. Di speciale, la chiamano l’oracolo dell’eros. Ti basta?

Perbacco. Ma perché la chiamano l’oracolo dell’eros?

Oracolo perché ti dice chi sei, e dell’eros perché te lo dice mentre la fotti.

Figa di Priapo! E com’è la mossa?

La mossa la fai tu, lei sta a culo nudo su una pietra come una sfinge, ferma e ad occhi chiusi e con la testa velata. Le vai davanti, tiri su la tunica e gli mostri i coglioni e poi le dici “melodia”. Lei apre gli occhi ma, se poi li chiude, come sei venuto te ne devi andare. Se invece restano aperti le vai dietro e la fotti come vuoi, alla romana alla greca, e mentre la scopi ti dice l’oracolo, ti dice chi sei.

Felicina ride, e continua – Per me è una romana dei quartieri alti, viene già mascherata per non farsi riconoscere e sceglie i cazzi migliori.

E portando il dito tra i cazzi appesi nel muro contro il malocchio, tocca quello più grosso.

Mucios, molto interessato, le chiede – Quando comincia?

Quando suona il corno di mezzanotte, e si fa tutta la fila. Esce sempre all’alba con la faccia nera del fumo delle lucerne e se ne va a gambe aperte, vero Limò?Limonia?

Risponde Limonia, sbucando con la testa dalla tenda – Si, è vero. Aspettate e provate, se vi dice bene stasera lo fate gratis.

Felicina intanto mostra il suo erotico labiale ad un passante incuriosito, che la guarda e passa oltre, mentre un fulmine lampeggia lontano.

Limonia commenta – Neanche il temporale li ferma, c’è più movimento la fuori che qua dentro.

Finalmente si sente il fragore del tuono. Felicina si porta i palmi alle guance, e con timore dice – Ancora?

Poi batte le mani e girandosi verso i soldati continua – Mamma mia oggi che botta, pure i muri vecchi sono crollati.

Voreno guarda verso il calvario – Lo sappiamo bene, oggi noi tre eravamo lassù mentre succedeva.

Davvero? Dove è caduto il fulmine?

Mamma che luce, che frustata nel petto che é stata.

Anche le croci hanno tremato, e pure noi.

Col cielo nero che c’era oggi, la tempesta è durata anche troppo poco.

Voreno si è accigliato – Si è vero, è passata presto ma è stata una paura.

E alza la testa vero la luna, già al centro del cielo in un varco tra le nuvole.



Dei soldati giudei fanno la guardia al giardino circolare del tempio illuminato. Al centro è posato un letto di pietra, che gli schiavi stanno adornando di coperte e cuscini, mentre ai quattro punti cardinali sono poste quattro grosse pigne di pietra alte più di un metro, illuminate dai riflessi balenanti dei bracieri disposti sul prato. Dal tempio esce una donna che tiene un bambino per mano, lo fa salire sul letto, poi gli sistema i cuscini sotto alla testa, lo copre fino al mento e gli fa una carezza.

Davvero, Intrepido, vuoi stare sveglio tutta la notte?

Si. Voglio vedere la fine del buio.

E se poi ti addormenti ancora?

Il bambino sposta lo sguardo

Oggi Licia mi ha chiesto di giocare all’amore.

E avete giocato?

non so come si fa.

Potevi dirglielo, te lo avrebbe insegnato.

mi prende in giro quando non so una cosa.

E allora a cosa avete giocato?

A babbo e mamma.

E ti è piaciuto?

No. Una barba. Mi dava l’erba da mangiare per finta e io dovevo dire: ma che buona. Anche fare l’amore è così?

La donna sorride e gli fa un’altra carezza

Come si gioca?

E’ facile. Si impara giocando.

Però è un gioco da femmine.

La donna gli sorride di nuovo.

No, é per tutti. Tu vuoi bene a, come si chiama, Micione?

Milone, si chiama, il gladiatore invincibile! Tutti gli vogliono bene, anche Licia

E a Tartufo vuoi bene?

Si.

E a me vuoi bene?

Si

Vedi? Vuoi bene sia ai maschi che alle femmine, e il bene è l’amore. Ma sono curiosa, perché dici che ci vuoi bene?

Perché si, perché lo so.

Come lo sai?

Non lo so, ma lo so.

Forse sei così sicuro che ci vuoi bene perché lo senti?

Si

e dove lo senti?

Qui nel petto e nella pancia, e dappertutto

siamo uguali, anch’io il bene che ti voglio lo sento così, all’amore non servono parole per farsi ascoltare. Vero?

Non si deve parlare quando si gioca all’amore?

all’amore piacciono le parole che vengono dal cuore, mentre quelle false finiscono in tempesta.

Come quella di oggi?

proprio come quella.

La donna sente un rumore di zoccoli, si gira verso la strada e vede Cesariano arrivare al tempio. Un sacerdote gli va incontro e gli da qualcosa, e senza una parola Cesariano gira il cavallo e lo sprona al galoppo. La donna torna da Intrepido e gli dice.

Vuoi sentire una bella novella?

Si.

Ti racconto quella dello schiavo liberato, che Joshua disse la prima volta che parlò al porto di Cesarea.

Il sacerdote che prima era in compagnia di Cesariano entra nel giardino, si avvicina alla donna e la interrompe.

Pitzia Libica, il tuo messaggio per Pilato è in viaggio, ma per il bene di tutti ti consiglio di aspettare la risposta dentro il tempio.

Il consiglio del sacerdote è sempre nefasto, e quando lo dai tu, Hanna, lo è due volte, se poi dici che è per il bene di tutti, lo è tre volte. Con i vostri consigli la verità é sempre in pericolo.

Il pericolo non sono io, ma Caifa, se ti vede fuori dal tempio non fa finta di niente come me, ma ti ripudia e ti sostituisce con la sibilla Siriana.

Assonnato, Intrepido si gira sul fianco, Libica gli mette una mano sull’orecchio e sussurra – Fai finta di niente perché puoi fare solo quello, se no anche tu mi cambieresti con la tua sibilla biforcuta.

E, allontanandosi dal letto di Intrepido, continua:

Quanti anni sono passati da quando Valerio Grato e poi Pilato ti hanno sostituito con Caifa, tuo genero ? Nove, dieci? E ancora credi all’oracolo di Serpica, che sarai tu il prossimo sommo sacerdote? Illuso, ab imo pectore ti dico che ancora per un lustro Caifa e Pilato macineranno assieme il grano per Roma e voi raccoglierete soltanto la pula, che é ciò che valete.

Attenta donna! Oggi questa pula ha infranto la legge che vieta la crocefissione durante la Pasqua, e impunemente. Puoi farlo tu?

Vi sentite onnipotenti perché l’avete crocifisso? Chi vede spenta questa stella può vederne la luce che brillerà per millenni? Se non vedi i posteri contare i loro anni dalla sua nascita invece che da quella di un Cesare, mentre esci, fai molta attenzione a dove metti i piedi, perché sei cieco.

Hanna si allontana stizzito. Gli schiavi in silenzio montano una tenda che copre ampiamente il letto, e la pioggia ricomincia a cadere.

Tra i lupanari, un uomo supera una comitiva mascherata e va dove loro sono appena stati.

Felicina – Limò, arriva Giuda, era un po’ che non veniva, non c’avrà un’altra?

Limona gli va incontro – Giuda, ti credevo morto.

Magari.

Sono molti giorni che non ti vedo, come sei magro, da quant’è che non mangi?

Dall’ultima cena di ieri, ma più che fame ho sete, ho sete da morire.

Soldi ne hai?

No.

Andiamo dentro.

tutta questa disponibilità insospettisce Indico – Perché a lui si e a noi no?

Forse perché lo amo – risponde Limonia facendo entrare Giuda oltre la tenda rossa, che ricadendo anima il ricamo di un fallo dorato.

Giuda si accascia contro l’angolo del muro e con l’impellenza di un colpo di tosse, grida – Non esiste peccato più grave del tradimento di un amico!

Indico rimane incuriosito da ciò che sente oltre la tenda, e Felicina con la mano gli accarezza il braccio e gli dice:

Che tipo eh? Sapessi cosa fa per lui.

Poi, sentendo cadere le prime gocce di pioggia, getta le mani in fuori coi palmi al cielo, e aggiunge – Giove pluvio vuole forse ricordarci qualcosa? Come possiamo lavorare noi, se diluvia?

In pochi istanti un acquazzone sfolla la strada del bordello e agita la piazza. Chi copre la merce esposta, chi va sotto i colonnati, chi entra in sinagoga. I tre soldati, urtando il gigantesco venditore di datteri che sta coprendo la merce esposta, si imbucano velocemente nell’osteria e ci trovano Benedictus che sta cantando insieme a Lazzaro e ad altri due.

– “Nel mentre che il respiro mi accompagna, la vita mia qui ripiglia fiato, se poi ne esce un canto è una cuccagna, è il lìlùlà del cuore appena amato”.

Il locale è pieno zeppo, col temporale altra gente si è aggiunta ai clienti a pensione, poeti, sportivi e faccendieri.

Indico si fa incontro alla compagnia – Cosa fai qui?

Venite, questo vinello fa cantare anche con la pioggia.

Cosa fate qua, voglio sapere!

Calmati Indico – risponde Benedictus – al mercato abbiamo incontrato Trifone con questi due artisti e pensa, lo stavano cercando. E’ tutto a posto.

Indico precisa – Allora abbiamo vinto noi la scommessa?

Se Cesariano non sa di reati a noi ancora sconosciuti, si. Dai, sedetevi.

Oltre la pioggia battente, Voreno sente venire un rumore di zoccoli, si affaccia e vede il centurione, quindi esce nel portico e agitando le braccia gli urla – Centurione! Siamo qua, qua dentro.

Un panno per il centurione! – grida Indico all’oste mentre Cesariano entrando si scrolla l’acqua di dosso.

Lupus in fabula – dice qualcuno da un tavolo.

Cesariano alza la testa e mormora – per Marte, che incrocio, torno subito.

Consegna elmo e mantello alla truppa e si dirige a quel tavolo, dove siedono Pilato e lo scultore Skopas.

Ave Pontius Pilatus,

Si, Ave. Dunque?

Ecco per te il messaggio della Pitonessa Libica, che vuole una risposta celere. aspetto a quel tavolo la risposta per l’oracolo. Ave, Prefetto.

Consegnato il messaggio, il centurione torna al tavolo, dove lo aspettano i conti delle scommesse.

I debiti si saldano il giorno di paga, e prima di lunedì mi rifarò. Ho già un lottatore sicuro per domani. Così tu, Lazzaro, suoni nel baccanale di Trifone eh? Fortunato te che sia così. E questi due chi sono, la tua banda?

Lui è Giara, stasera al baccanale racconterà storie piccanti . E lui è Alceo, un poeta tragico, stasera suona la lyra ma domani al teatro concorre per l’alloro lirico. E io son Lazzaro e tu sei Cesariano, che paga le scommesse a tutto spiano.

Quelli che sanno, ridono.

Però! – esclama Cesariano – Non parlavi così istruito sul colle, è la libertà che ti ha trasformato?

Alla bisogna l’acuto può far il tonto, ma il tonto solo col bel canto può far l’acuto.

Alceo canta in crescendo – “Come Erode Antipa–ticamente”.

Il canto fa voltare la testa a Skopas, che vede Giara e lo saluta.

Il Prefetto chiama a se il centurione e gli dice – La risposta è si.

Cesariano si riveste di elmo e mantello, trangugia il vino che gli era stato versato ed esce dall’osteria, alza la testa verso la pioggia calante, sale sul cavallo e al galoppo si avvia verso il tempio.

Pilato ipotizza cose che a bassa voce poi farfuglia all’orecchio di Skopas:

La pazienza di Roma per Gerusalemme è agli sgoccioli. La pitonessa questo lo sa. Sono partito ieri da Cesarea con questa toga e ce l’ho ancora addosso, anche se tutti la tirano. Prima Hanna, poi Caifa, poi Erode, poi il sinedrio e poi i pellegrini, sarà una notte d’inferno. E ora, dulcis in fundo, la Pitonessa.

Poi a voce normale prosegue – Giove dammi la pazienza, ma dammela subito, E gli stringe il braccio – Allora, Claudia non deve uscire di casa stanotte, intesi?

Una donna patrizia scende gli ultimi gradini dei piani superiori dell’osteria insieme a Trifone, che vede il Prefetto e gli fa un sorriso, mentre cede il passo a Claudia perché raggiunga il marito e Skopas.

Guardate che bella – e mostra la collana di perle asiatiche che ha al collo.

Le più belle e costose perle dell’impero. Commenta Pilato.

Per le colpe che hai commesso, è un piccolo tributo– risponde Claudia.

Skopas lancia un’occhiata complice e divertita a Pilato, sussurrandogli – Regicida.

E no cari, vox populi vox Dei. Guardate le mie mani: sono pulite e non tremano, dunque non ammorbatemi. Piuttosto: Claudia, la Pitonessa dice che non devi uscire di casa fino all’alba, e tra un ora mi vuole al tempio. Disobbediamo?

Claudia sgrana gli occhi e apre la bocca e solo dopo un po’ la usa per rispondere – Perbacco. Certo che no! La Pitzia! O santi numi. Non ti ha mai convocato a Cesarea e lo fa qui? Perché?

Lo saprò presto. Skopas, raccontale l’idea oscena che hai avuto per l’addobbo del carro. A me piace.

Guardandosi attorno, Claudia risponde – Se è oscena sarà divina, no? Ha smesso di piovere, vai ora dalla pitonessa.

E’ un po’ presto, ma si. Andrò con la lettiga, sperando che passino i miei mali.

– Allora Skopas mi accompagnerà, andremo a piedi nella pioggia.

————

Dentro alla locanda.

– Dai Giara, raccontaci una storia che ci tiri un po’ su.

La sapete la storia della sete?

Si – risponde la maggioranza, eccetto Voreno.

– Allora ne so una che non sa nessuno, nemmeno io.

E’ forse la storia della madre di Mucios?

No, è la storia del culo parlante

Allora è la storia di Mucios!

La facezia strappa un sorriso anche a lui.

(Lo stregone egoista)

Ascoltate. C’era una donna che diceva sempre la verità, e con una voce così soave che quando parlava la gente si innamorava di lei. Il marito, che era uno stregone, si infastidì di tutte le persone che andavano da lei e diventò geloso ed egoista. Un giorno le disse: da oggi solo io ascolterò la tua voce melodiosa. Ho fatto un incantesimo che ti farà parlare solo quando la mia verga toccherà il punto del tuo piacere, così che per ascoltarti dovrò amarti e scoparti.

La donna non poté che accettare il sopruso, però continuò a parlare con chi la cercava; non con la voce, ma solo con gesti e occhiate con i quali si faceva capire lo stesso molto chiaramente, e lo faceva in un modo così seducente che nulla era cambiato: le persone facevano ancora la fila per consultarla.

Lo stregone diventò ancor più geloso e ogni sera penetrava la moglie per chiederle se si fosse concessa a qualcuno. No, rispondeva lei mentre godeva, e dal momento che diceva sempre la verità, l’uomo si addormentava sereno.

Ma il mattino dopo l’ossessione ricominciava. Devo stare per forza nella mia officina, pensava lo stregone, lontano dalle sue stanze, e solo stasera saprò se si sarà concessa a qualcun altro. Come posso fare? Per saperlo andò a consultare l’oracolo, che gli disse: la sposa paracula al ladro non dice la verità, ma gliela canta.

Si rimise sulla strada di casa rimuginando sul senso complicato di quelle parole, quando, per un breve tratto, lo affiancarono due passanti. Uno diceva all’altro: cù cù, sei un paraculo, se tu cantassi quando menti, canteresti anche nel sonno, cù cù, dice il cuculo.

Quelle parole, in aggiunta a quelle dell’oracolo, lo colpirono. Il cuculo fa le uova nei nidi altrui, pensò. Come potrei io, se fossi un uccello, evitare che il cuculo venga nel mio nido, anzi nel nido di mia moglie? Forse travestendomi da aquila, cioè facendo il suo stesso verso.

Perciò, continuò a riflettere, servirà un altro incantesimo, così che se un cuculo, ovvero un uccello che non è il mio, entrerà nel nido di mia moglie, lei farà il verso dell’aquila e il cuculo scapperà. E lo chiamerò incantesimo del para culum. L’incantesimo del riparo.

E, detto questo, Giara imita il verso dell’aquila, lanciando due acutissimi strilli che per un attimo fanno sobbalzare e ammutolire tutti i presenti – Yeeeeeek! Yeeeeek!

L’oste, che stava portando un altro boccale di vino, appoggia la brocca sul tavolo e dice a Giara – Se fai un altro strillo come questo io morirò di crepacuore, e quando sarò morto mia moglie andrà al tribunale per riscuotere i tuoi debiti, e tu che non hai un centesimo finirai al circo, sbranato dalle fiere.

Allora brindiamo al dio dei giorni liberi – dice Giara alzando la coppa.

E a quello delle prigioni! – conclude qualcun altro.

Vai avanti, finisci la storia – lo incita Mucios dopo avere vuotato la coppa.

Ma in quel momento tutti sentono, provenire da fuori, delle grida simili a quelle di Giara – Yeeeeeek! Yeeeeek!

I soldati guardano Giara.

Questo è un tuo trucco – gli dice Indico puntandogli il dito, e segue gli altri che sono usciti a guardare.

Non ci sono aquile in cielo.

Per forza, le aquile non volano di notte.

Tu! – intima Mucios a un passante – Da dove è venuto quel grido?

L’uomo alza il braccio indicando le mura oltre le quali c’è il bordello di Troiana.

Il trio musicale raggiunge i soldati sulla strada, e Giara ripete il richiamo – Yeeeeeek! Yeeeeek!

Da oltre le mura a sud, qualcuno risponde – Yeeeeeek! Yeeeeek!

Tutti e tre si incamminano verso il posto da dove è arrivata la risposta canora.

Mucios li segue – Aspettate, che cos’è questo richiamo? Giara, come finisce la storia?

Devi finire la storia – aggiunge Indico gridando con le mani ai lati della bocca.

Mentre si allontana, Giara rivolge loro dei gesti incomprensibili in una specie di lingua mimica.

Un mago deve finire i suoi trucchi!

Non c’è nessun trucco – gli risponde ridendo il cantastorie.

Limonia si avvicina ai soldati – La notte cresce, ma niente cresce tra le vostre gambe.

Te l’ho detto, qui tutto cresce, ma non la borsa – la imbonisce Indico – Soprassiedi alla borsa e ne avrai una bella parte.

Parlaci di quel grido – le chiede Mucios.

Ma proprio allora Cesariano passa in groppa al suo cavallo davanti ai soldati e fa un ampio giro di osservazione prima di tornare da loro.

Tornando ho visto degli impiccati, e vorrei sapere chi è stato. Ho visto anche dei forestieri venire alle mura. Scommetto che sono amici dello zelota liberato stamattina. Sarà meglio aprire gli occhi. Aggiungetevi alle ronde sulle mura e fatevi un giro guardando bene dov’é poco chiaro. E prima di dormire venite a bervi l’ultimo, se volete. Io vado a chieder conto degli impiccati. Benedictus, vieni con me. Hoc opus, hic labor.

Amenave – dice Benedictus, e se ne va con Cesariano.



Il sospetto



Quel grido è la fine dei nostri guadagni – urla Limonia a Mucios, che si incammina coi compagni.

Indico sta già parlando agli altri due – Saliamo le mura sul lato della suburra, così la passiamo adesso e dopo.

Salite le scale, i soldati si portano all’altezza della piazza da cui dipartono i lupanari e, al riparo delle mura, osservano quel fitto panorama animato. Voreno nota un uomo che sembra camminare verso uno scopo, a differenza di tutti gli altri. Le numerose torce e i bracieri rivelano un volto serio e stanco, a differenza di tutti gli altri, e quando un passante gli si rivolge toccandogli il braccio, quello prima sussulta e poi lo respinge brutalmente, per continuare il suo cammino senza nemmeno ascoltare.

Guardate quello – indica Voreno ai compagni, e insieme lo seguono dall’alto delle mura – State qui e indicatelo – dice mentre corre verso le scale che conducono alla porta che si apre sulla suburra. Una volta uscito dalle mura guarda i compagni, che dall’alto gli indicano la direzione che ha preso l’uomo e poi corrono a raggiungerlo. Voreno segue l’uomo a distanza, il quale infine entra in una casa buia, dove si accende una candela. Voreno si avvicina all’unica finestra, che è chiusa, e spia tra le fessure. Dentro ci sono alcuni altri uomini e una donna, che versa dell’acqua all’ultimo arrivato. L’uomo le dice in tono deciso – E’ cosi!

Poi aspetta che il bicchiere sia pieno, lo beve d’un fiato e ripete – E’ così.

Tutti restano in silenzio, la donna fa un profondo respiro e dice – Nemmeno ad un cane si parla in questo modo. Ma forse non sai nemmeno di essere così vile.

L’uomo si gira e la guarda incredulo. La donna gli si avvicina fino ad affacciarsi ai suoi occhi, come a cercarci qualcosa che non vede, e aggiunge – No, non lo sai.

Donna, le tue parole meriterebbero il bastone.

E allora usalo, e rinnega ancora il tuo maestro.

Come osi?

Dici di seguire il maestro, ma lo fai come una pecora, tu tremi come chi ha solo paura, e non sei capace di amare.

Bada a come parli tu, che vuoi farlo in un bordello!

E tu bada ai tuoi atti. Ne parlerò anche al bordello, perché così a lui piace.

L’uomo, pieno di rabbia, sparisce nel buio della stanza accanto.

Voreno sente dietro di se lo scalpiccio di Indico e Mucios che infine l’hanno raggiunto, e fa loro segno di restare lontani e di nascondersi.

La donna va a sedersi al tavolo e parla ai presenti – Ascoltate: Pietro l’ha detto, lui l’ha detto, non io.

Dal buio dell’altra stanza nessuno risponde.

La donna incalza – Vuoi uscire da lì e rispondere?

Maddalena, – prova a rabbonirla una voce tra i presenti – non abbiamo detto di no, ma solo che non è prudente. Ci stanno cercando, e al bordello ci troverebbero facilmente, diciamo solo di aspettare.

Maddalena resta per un po’ in silenzio, poi si alza e prende a legarsi i capelli, dicendo – “Prima lo farà lei, e voi la seguirete dopo”. Ricordi queste parole, Pietro?

Si, ricordo. Ricordo tante cose dopo il canto del gallo.

Fai come vuoi – le risponde una voce – vai in pace nel bordello e parla di lui e ritorna così.

Mentre Maddalena indossa il velo, Indico lancia un sasso a Voreno per attirare la sua attenzione. Voreno gli fa cenno di aspettare, e così facendo non si avvede che la donna è uscita, sorprendendolo accanto alla finestra. Restano a guardarsi per qualche attimo, indugiando nei loro sguardi spaventati e sorpresi, poi Voreno fa un lieve cenno con la testa e la donna si incammina rapida, sussurrandogli qualcosa che non capisce.

Col cuore in tumulto, Voreno raggiunge i compagni.

Cos’era?

I mariti e le mogli sono tutti uguali.

Le botti si vuotano e le pance si gonfiano.

E tu che hai? – gli chiede Indico.

Niente.

I tuoi occhi dicono altro.

Ha nostalgia di una moglie – commenta Mucios.

Torniamo sulle mura – decreta Indico.

La ronda

La ronda percorre in silenzio la suburra che circonda la città. Arrivati all’angolo est e nord, gli uomini entrano nel piccolo spazio dedicato ai giochi pasquali, ancora affollato. Un gruppo di giovani litiga al gioco del pugno, mentre alcuni sono in fila per il lancio delle biglie sui birilli . Mentre ammirano la giostra con le sagome dei cavalli che inizia a girare, i soldati incontrano un’altra ronda che li raggiunge, e i due principales rapportano le rispettive osservazioni.

Tra il circo e il teatro si sta radunando uno strano gruppo di pellegrini. Sembra fatichino a parlare, o davvero non ci capiscono. Sin da Sidone, arrivano. Si è detto di farli stare sotto gli ulivi ad est del pretorio, perciò è lì che dobbiamo spedirli, se ne incontriamo.

Si, alla larga e lontani dal circo e dall’anfiteatro. Sotto al pretorio i ribelli sono in gabbia.

E’ sicuro che i ribelli siano tra loro.

E’ sicuro che ci siano ribelli?

Non è sicuro?

Dico che sono difficili da distinguere e non hanno mai pugnali, sono armati della sola miseria, questo è quello che ho visto.

Ma hanno parole anche per le pietre, e son quelle le loro armi

Allora basterà tagliar loro la lingua

Infatti è questa la nostra guerra

Allora a questi preferisco i barbari: nemici chiari e intenzioni chiare

Se vuoi la pace, prepara la guerra

– Sono secoli che prepariamo la guerra ma la pace dov’é, quando la portiamo?

Portiamo le nostre consegne, intanto. La notte è in mano a Bacco, e ne vedremo delle belle.

Così sia, alziamoci sulle mura, il giro è lungo.

Amenave camerati.

La ronda risale sulle mura e le percorre stancamente fino a sfiorare il palazzo di Erode Antipa, dove le luci e gli addobbi pasquali dalla residenza arrivano fino alla torre dei farisei, che unisce le mura di cinta con il palazzo reale.

I soldati scorgono due persone su una terrazza che sovrasta un tratto del camminamento delle mura e, avvicinandosi ancora, riconoscono in loro la principessa Salomé ed Erode. Indico bisbiglia ai compagni – Non una parola, facciamoci invisibili.

Ma quando si trovano nel punto d’angolo che coincide con la terrazza, Mucios, sentendosi al riparo dagli sguardi illustri sopra di lui, si fa contro il muro a pisciare.

Indico gli dà una manata e l’altro articola in silenzio le sue ragioni. Voreno, ridendo sommessamente, si slaccia la patta per fare la stessa cosa, e a quel punto anche Indico libera le sue acque.

Sopra di loro, i due si sono avvicinati all’angolo della terrazza.

E’ per non vedere gli uomini come formiche, e sottovalutarli, che chi regna deve vivere in mezzo a loro, non è così?

La tua erudizione ti rende acuta. Gli studi dei greci ti renderanno sovrana, un giorno.

Voglia quel giorno tardare.

Sei contenta del dono che vi ho fatto?

Sarà contenta mia madre, e stanotte sarà lei a ringraziarti, non io. Essendo un re, non siete abbastanza per tutti.

Spudorata, dici a un re che non basta ai suoi sudditi?

Mi chiedo se un re può bastare all’amore.

I soldati, timorosi di farsi scoprire, non possono che ascoltare senza più muoversi. Si sente la voce di una donna chiamare Salomè.

Sono qui, col re – risponde Salomè alla madre.

Erodiade, vieni a vedere la luna che si specchia sul Golgota, dà un tocco magico al dono compiuto per te.

Anche la luna sa che Erode Antipa é il re di Galileia, tu ordini e tutto si compie. Salomé la scorta è arrivata – e saluta il re sulla guancia.

Salomè fa un inchino di congedo.

Dove vai? – le chiede Erode.

A istruirmi – e la giovane si allontana con passo brusco.

La sua impertinenza ha tratti divini. In cosa si istruisce?

All’amore e al piacere, che per una donna sono una competenza politica.

E chi glielo insegna?

Sumitra. Dice che la pace vibra tra Eros ed Epos.

E dove rivela le sue conoscenze, la famosa sacerdotessa delle Indie?

Al bordello triviale.

Mucios sgrana gli occhi e scuote la spalla di Indico il quale lo reprime a gesti, temendo che il loro agitarsi faccia tintinnare la cotta e le armi, rivelando al sovrano la loro inopportuna presenza. Così, i tre attendono in silenzio che le voci si allontanino dal bordo del muro, prima di riprendere il cammino e i discorsi.

Come può una principessa esibirsi in un bordello? – chiede Mucios sgranando gli occhi per l’incredulità.

Nessuna principessa si esibirà al bordello.

Ma l’hai sentita, è lì che va a scuola, e se per ipotesi lì la incontrassi, io sarei giustificato nel non riconoscerla e lei non potrebbe vantare il suo rango, e qualora io volessi comportarmi come ci si comporta in un bordello, lei…

Mucios, non ti comporterai in nessun modo, sei un soldato e lei una principessa.

Ma se per ipotesi io fossi lì e la incontrassi…

Potremmo scommettere per ipotesi che resteresti fisso come un palo.

Oppure, il giorno dopo saresti infisso in un palo.

Voi non avete nessuna immaginazione.

E tu ne hai troppa, per essere di ronda.

Continuando il cammino, i soldati odono in lontananza un coro sguaiato.

La notte è in mano a Bacco – ripete tra se Indico, e poco dopo scorgono un gruppo che scende cantando dalla via del teatro. Mentre li osservano, i soldati notano che quelli si radunano sotto la chioma buia di una grande quercia, e lì tacciono.

Perché stanno lì silenziosi? – domanda Mucios.

Sembrano in attesa.

C’è uno che parla con chi non risponde, e uno che ascolta chi non parla. Guardate, due si abbracciano, anzi no, lottano. Non si capisce bene cosa facciano. Ma cosa aspettano?

Indico dice a Voreno – Se sono quei pellegrini, bisogna mandarli fuori, tra gli ulivi.

Da qui non sento la loro lingua, ma mi farò capire.

I soldati scendono dalle mura e si avvicinano al gruppo, e così scorgono tra quelli la figura di Trifone, impegnato a parlare a due lottatori.

Un essere ubiquo, pare che tu sia. Gladiatori? Lottatori? Chi sono, e che hai da spartire con questi, Trifone? – gli chiede Indico a voce alta.

Questa è la compagnia dei desiderati alla villa, e altri ne portano loro – risponde Trifone indicando Lazzaro, Giara e Alteo, che stanno sopravvenendo.

Giara saluta i presenti con un gesto teatrale, e Trifone lo sollecita – Avanti, venite, alla villa ci aspettano. Dove sono i vostri?

Dietro di noi, ma non sanno cos’è la fretta.

Scopriranno cos’è a loro spese, se non si spicciano.

Quando finirai la storia che raccontavi? – chiede Mucios a Giara.

La racconterò al baccanale.

Finito il giro potrei venire ad ascoltarla.

No, la licenza è piena – gli risponde Trifone.

Potrei farmi passare per un lottatore.

Trifone neanche gli risponde e se ne va senza salutare. Il gruppo dei baccanti lo segue e la ronda resta a guardare il corteo che si allontana, diretto alla villa. Mucios non è rassegnato, e grida – Giara, la storia come finisce?

Non lo so, me la stavo inventando. Se stasera riesco a finirla e viene gagliarda domani la dico al teatro, se il tempo vorrà.

La strada resta deserta e da un angolo sbucano dei cani randagi che si fermano a guardare i soldati. Si alza una folata di vento che porta odore di pioggia, e in lontananza si sente il rombo di un tuono. Poi il vento si placa, le foglie tacciono e per qualche attimo cala un silenzio tale che i soldati sentono il rumore di uno dei cani che si gratta. Quell’improvviso vuoto sembra inquietare gli uomini e i cani.

Com’è strano il tempo oggi – sussurra Mucios.

Non sarà la sola cosa strana a capitare – commenta Voreno.

Che intendi? – gli chiede Indico.

Ancora non lo so.

A pensarci, anche tu sei strano. A che pensi?

Oggi i miei pensieri sembrano quelli di un altro, e di più non ti so dire.

Anche la tua faccia sembra quella di un altro. Sarà meglio tornare sulle mura.

La bottega di Skopas è vicina – dice Mucios, senza avere mosso un passo nella direzione presa dai compagni – Se lui volesse, potrebbe portarmi alla villa. Non potremmo…

Andare a quel baccanale sembra una tua volontà, più che un desiderio. Ma si, andiamo da Skopas – concede Indico, e si portano fino al lato della grande taberna di Skopas.

………….

Skopas è in compagnia di Claudia. Una giovanetta arriva di corsa, parla brevemente all’orecchio di Skopas e se ne va.

La pioggia comincia a cadere. Indico, con voce ridondante, si rivela allo scultore da oltre il basso muro di cinta – Hai visto dei pellegrini strani qua intorno?

Di pellegrini no, ma di strani un bel po’.

Interviene Voreno – Si è comportato bene il tuo amico oggi, lassù.

Nessun uomo si comporta così.

La pioggia aumenta all’improvviso, il maestro accompagna Claudia a ripararsi sotto il portico, e da lì si rivolge ancora ai soldati, che nel frattempo hanno alzato gli scudi per ripararsi dallo scroscio – Ho visto un Dio oggi, lassù. Quale uomo gli sarebbe pari in una morte simile? Tu ne conosci?

Gli dei non muoiono in terra – gli risponde Mucios.

Gli dei possono ogni cosa, mio giovane amico

– e con un gesto invita Claudia ad entrare, lasciando la ronda sotto l’acquazzone.

Se c’è qualcun altro che può rifiutarti l’invito alla villa, andiamoci – sogghigna Indico rivolto a Mucios.

Non mi interessa così tanto – replica quello con disappunto – Torniamo alle mura.

E si incammina senza aspettare gli altri.

Ti obbediamo, nostro duce – gli risponde Indico sghignazzando da sotto lo scudo – Se non sei portato al baccanale, sembri portato per il comando.

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Skopas e Claudia entrano nella bottega, e da quella si addentrano nei sotteranei del teatro adiacente, dove è in corso un grande lavoro di scavo. Il luogo è deserto. La pioggia scrosciante penetra anche nello scavo, frusciando dentro alle grondaie di terracotta per finire in una grande cisterna. Skopas mostra a Claudia l’enorme sala della cisterna e poi la conduce alle latrine pubbliche, dove siedono su una panca. Nell’aria risuona il fluire della pioggia.

Mentre Claudia si concede all’ascolto di quel fragore, dal buio della volta, alle loro spalle, un uomo avanza verso di loro, lei si gira e e attonita balbetta – Tu… tu sei Joshua.

– Non sono lui, ma Tommaso, il suo gemello.

– Ma… Venere santa, siete identici.

– Solo in apparenza, credimi.

E poi, indicando l’uomo che dietro di lui sta uscendo dal buio, lo presenta

Lui é Krisnhamanda. Mio fratello ritornò con lui dalle Indie, e ora il primo discepolo é qui per conoscere l’ultimo.

Claudia guarda Skopas, e mostrando tutta la sua sorpresa batte gli indici tra loro e dice – Vi conoscete? Sei dei loro?

– No, loro sono dei miei. Mi piacciono.

– Da quando?

– Da tre anni, ma del tutto da oggi.

Skopas invita tutti a sedersi.

Claudia guarda Skopas negli occhi – Perché mi hai portato da loro?

Perché tu sappia.

La donna si alza in piedi e si scosta da loro – E ora che so, cosa dovrei fare?

– Tacere con tutti sul nascondiglio.

– Quale nascondiglio?

– Questo.

– Loro due stanno nascosti qui? Nelle latrine?

Tommaso le risponde sorridendo – E’ qui che sogna di metterci Pilato, e per questo non verrà mai a cercarci.

– Non questa notte. “Mai” é un tempo troppo lungo – precisa l’indiano.

Dal buio delle volte, lentamente entrano altre persone. Ragazzi, vecchi, donne e uomini dall’aspetto povero avanzano fino a riempire quasi tutto lo spazio.

Riprende Tommaso – Pilato ha dato tre ordini a seicento legionari. Primo: uccidere il maestro; secondo: catturare i suoi discepoli, e terzo: disarmare tutti i seguaci. Ecco perché stiamo nelle latrine.

Skopas si avvicina a Claudia e dolcemente le spiega – Sono affari, gli affari di stato e quelli di Pilato. Impedendo al popolo di sostituire Caifa con Joshua come sommo sacerdote, protegge i suoi affari. Quando l’ha visto entrare in città e ha visto che il popolo lo portava in trionfo, ha capito che gli affari erano in pericolo, e ne ha avuto la certezza ieri, quando per la prima volta gli ha parlato. Ha messo in sicurezza gli affari. E ora noi non siamo al tempio a far festa, ma qui.

Krisnhamanda si piega in avanti e con le mani si raccoglie le grosse e lunghe trecce sulla testa, poi si rialza e dice – Fra due ore si sveglia, e noi dobbiamo essere già là, e in meditazione almeno un’ora prima.

Krisnhamanda si attorciglia e lega i capelli nodosi sopra la testa e voltandosi verso la folla alle sue spalle dice – Andiamo – e si avvia all’uscita seguito da Tommaso e da un piccolo gruppo di persone.

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I soldati ormai stanchi si approssimano all’osteria, come Cesariano gli aveva concesso di fare e dalla quale gli ultimi avventori stanno uscendo. L’oste li accoglie alzando gli occhi al cielo, Indico non se ne cura e siede esausto a un tavolo dopo avere posato l’armamentario.

Se siete ancora qui non siete a dormire, e se non siete a dormire vorrete stare qui, mentre io che sono ancora qui vorrei andare a dormire.

Yoram, i tuoi giochi di parole fanno solo confusione, dovresti imparare a divertirci, invece – gli risponde Mucios mentre imita il suo principales. E continua – La ronda è stata massacrante e abbiamo bisogno del tuo miglior ristoro.

Voreno scuote la testa – La ronda è stata massacrante? Che diresti allora della guerra?

Lo so che in battaglia è cento volte peggio. Ma mai mi sono sentito così male come adesso.

No, non lo sai quanto è peggio la battaglia, perché mai ne hai vista una.

Si invece, sono stato…

E’ afflitto per via del baccanale, nessuno ce lo ha voluto – spiega Indico all’oste, che già si avvicina col suo nettare.

Non è vero – protesta Mucios.

Nella battaglia mai fu sconfitto, dal servizio finì invece afflitto. – declama l’oste sorridendogli – Non temere, se è il piacere che cerchi, basterà cercare ancora, mentre se è la sofferenza, dovrai solo aspettare. Avete assaggiato questo rosso nuovo?

No, ma lo faremo adesso, purché non sia questo, la sofferenza – sentenzia Indico.

Bevilo, e per un po’ dimenticherai la stanchezza – risponde l’altro versando il vino.

L’oste siede con loro e versa anche per se. Dopo qualche attimo di silenzio, Voreno fa un sospiro e vuota un secondo calice – Oh, non so. E’ stato piuttosto in gamba, oggi, lassù.

Di chi parli? – chiede Indico.

Non voleva scendere dalla croce. Non è il suo gioco.

E’ stato in gamba perché non è sceso dalla croce?

Voreno risponde con stizza – Mostrami uno che non vuol scendere dalla croce.

Cosa ne sai tu? – si azzarda a dire Mucios.

E tu cosa ne sai? Tu che ancora non hai visto il colore del tuo sangue?

Il colore del mio sangue è rosso come il tuo e se…

Indico lo interrompe con uno sguardo e si rivolge a Voreno – Dimmi cosa ti turba.

Senti, io ne ho visti tanti: qui e in altri posti. Mostramene uno che quando viene il momento – quando viene il momento, dico – non vuol scendere dalla croce, e mi arrampicherò sulla croce insieme a lui.

Anch’io dico che si è comportato piuttosto bene, è stato in gamba – interviene con accondiscendenza Mucios, forse per riguadagnare la fiducia del compagno – Che ne dici, Yoram?

Vi dirò, signori, io non c’ero. E’ una cosa che non m’interessa.

Voialtri non capite cosa sto dicendo. Non dico se è stato in gamba oppure no. Quando viene il momento – questo, dico – quando cominciano a inchiodarti, non c’è nessuno che non la farebbe finita, se potesse.

Anch’io sono rimasto sorpreso, se è questo che intendi – commenta Indico cercando di capire.

La parte che non mi piace è quando li inchiodiamo. Mi sa che lì se l’è vista brutta – continua Mucios – Ma non è stata più brutta di quando gli abbiamo messo il patibulum sullo stipites – e mette un dito orizzontale sull’altro verticale, rivolto al vinaio – Quando il peso ha cominciato a tirarlo giù, allora sì che ha visto le stelle. Nessuno resiste.

Ne ho visti tanti, ma nessuno come lui.

Ed è questa la tua angustia? – chiede Indico a Voreno.

Il compagno guarda il bicchiere che ha tra le mani. Il suo volto è cupo e il corpo sembra oppresso da un peso – Non avremmo dovuto.

Non avremmo dovuto cosa? – chiede ingenuamente Mucios.

Non avremmo dovuto – ripete con voce tetra.

Uomo, parli come un seguace di quella setta.

Nel silenzio che segue, il vinaio guarda i tre uomini – Ne verso un altro per tutti, e questo lo offro io.

Ascolta cosa ti dico – prosegue Voreno rivolto a Indico – Noi siamo sabbia che scorre, e ci fermiamo quando ci è ordinato, e guardiamo quel che ci è ordinato: questo sono i soldati. Ma il mondo degli dei e quello degli uomini non sono la stessa cosa, e io dico che quel che abbiamo visto non è di questo mondo.

Indico fissa il compagno, che non ha mai spostato lo sguardo dal vuoto, e dopo qualche attimo dice – Parli come quella donna.

Le donne gli sono rimaste fedeli.

Tu non sei una donna e nemmeno un ribelle, sei un soldato.

Anche a me è sembrato molto in gamba oggi, lassù – ripete inopportunamente Mucios, che ha vuotato già tre coppe di vino – Hai visto quando l’ho colpito col pilus?

Taci o vattene – gli intima a bassa voce Indico.

Alzandosi con cautela, il vinaio interrompe il pesante silenzio che si è creato – Signori, io devo chiudere e dormire.

Beviamo l’ultimo – propone Mucios.

No. Andiamo – comanda Indico senza distogliere lo sguardo da Voreno. Poi si alza, posa le monete sul tavolo e guardando il vinaio gli intima – E che la tua bocca non dica quel che le orecchie hanno udito.

Mai. Le mie orecchie dimenticano in fretta, e beate loro, a quest’ora dormono già.

Senza più una parola i soldati escono dalla bettola. Nel cielo è tornato il sereno, e la luna quasi piena splende sui colli.

Siamo qui da troppo tempo – mormora Indico.